L’isola delle bambole

Si sa, una bambola seduta su una sedia di stoffa in un angolo in una casa è una cosa inquietante. Ma se le bambole fossero appese a degli alberi in gran quantità? Beh, sicuramente questo è motivo di inquietudine maggiore.

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Alcune bambole de L’isla de las Munecas

L’Isla De Las Munecas è situata su quello che un tempo era il lago Xachimilco. L’isola fa parte di quegli isolotti artificiali costruiti in età pre-ispanica nelle zone poco profonde del lago per favorire l’agricultura e sono chiamati chinampas. Quasi tutti i chinampas sono caduti in rovina eccetto quello dell’isola delle bambole.

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La sua cupa storia comincia nel 1950, quando un misterioso Julian Santana Barrera,  occupò uno degli isolotti costruendoci una capanna. Il particolare è che non utilizzò l’isolotto per coltivare frutta o verdura, ma lui produsse carburante. Un giorno, Barrera assiste all’annegamento di una ragazza vicino all’isolotto da lui abitato. Questa situazione, turbò l’uomo che affermava di essere tormentato dallo spirito della ragazza. Il comportamento dell’uomo, gia strano, andò man mano peggiorando. Un giorno l’uomo vide una bambola alla deriva  e lo interpretò come un segno; decise di appenderne la testa in modo da non essere più tormentato dallo spirito della ragazza. L’uomo tormentato dagli incubi cominciò a collezionare bambole che appese su tutta l’isola.  La macabra collezione continuò finchè Barrera fu trovato morto. La cosa strana è che è stato trovato defunto proprio nel posto in cui la giovane ragazza è morta.

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Alcune TV e ricercatori del paranormale organizzarono delle spedizioni sull’isola. I risultati degli studi affermano che le bambole sono pervase da una qualche energia soprannaturale e l’isola è infestata e probabilmente maledetta. Gli studiosi durante il tempo trascorso sull’isola, riuscì a documentare strani suoni provenienti dal tetto della baracca. Si udirono anche colpi nel buio ma il top della documentazione è stato quando, una bambola a richiesta, sembrasse aprire e chiudere gli occhi. Il fenomeno è stato documentato con una macchina fotografica

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La leggenda narra che Barrera anche dopo la morte continuò ad abitare l’isola con le sue bambole. Oggi le bambole sono ancora presenti sull’ isolotto. Testimonianze, dicono che Barrera cantasse e parlasse con le bambole e se ne prese cura come veri esseri umani. L’isola delle bambole è diventata veramente uno dei più famosi chinampas di Xochimilco. Tutto questo esclusivamente basato sulla sua reputazione cupa, e centinaia di persone l’anno visitano l’isola per veder le sue bambole. Forse Barrera è li ancora che parla e canta con le sue bambole…

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Glamis Castle – Il castello più infestato del mondo

Il suo nome è Glamis castle, ed ha la nomea di castello più infestato del mondo.

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Tayside, Scozia. E’ li che il castello è situato e manco a dirlo, la Scozia è la patria per antonomasia di leggende cupe e fantasmi. A questo inquietante maniero, è collegato il “segreto degli Strathmore”, nobili inglesi che fin al XVI secolo hanno abitato le sue mura. Ancora prima che gli Strathmore ne fecero dimora, il castello era già legato ad aggettivi come tenebroso e misterioso, a causa di terribili e drammatiche disgrazie. Secondo la leggenda, nel palmo di terra che ospitò il castello, si dice che Macbeth uccise suo cugino, il Re di Scozia Duncan I qualche decennio più tardi, nel X secolo. Questo fatto si dice ispirò l’opera di Shakespeare.

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La carrellata di morti avvenute all’ interno del castello non sono affatto poche: nel 1034 un altro Re di Scozia, Malcom II, fu tagliato a pezzi dai ribelli all’interno del castello. Si dice che nella sala delle armi, dove fu assassinato, il sangue del Re abbia formato un’ enorme macchia. Nessuno pare sia mai stato in grado di rimuoverla. Molti ritengono che la miriade di morti nel castello sia da attribuire a Sir John Lyon, che nel 1372 acquistò castello. Sir John prima di comprare il maniero viveva in un altro palazzo chiamato Forteviot, nel quale si dice sia conservato un calice molto particolare; secondo la leggenda il calice non doveva essere spostato dal luogo in cui era situato, pena terribili disgrazie a tutta la stirpe che avesse osato compiere il simil gesto. Sir John, credendo che quella fosse solo una diceria, spostò il calice a Glamis e da allora tra generazioni e generazioni si verificarono terribili morti. E il primo fu proprio Sir John che undici anni dopo perì in duello.

Fu la volta di Lady Campbell, moglie del sesto conte di Glamis nel XVI secolo, ad essere sospettata di aver tentato di avvelenare Re Giacomo V. Accusata di stregoneria, la donna trascorse i suoi ultimi anni in una prigione sotterranea, prima di essere bruciata sul rogo davanti al castello di Edimburgo. Si dice che il fantasma di Lady Campbell abbia fatto ritorno a Glamis. Lo spettro disturberebbe la calma del maniero dondolandosi su una vampa di fuoco davanti all’orologio della torre.

Passiamo ora alla maledizione degli Strathmore  XVII secolo. Il castello fu ereditato dal Conte Patrick Strathmore, spesso ubriaco, violento, col vizio del gioco. Su di lui circolano due leggende:

  • LA STANZA SEGRETA ED IL FIGLIO DEFORME:

Si dice che il Conte Patrick, avesse avuto un figlio illegittimo e deforme nato da una violenza sessuale ai danni di una serva del castello. Questo bambino sembra fosse nato senza collo e con braccia e gambe rattrappite, ma dotato di una straordinaria forza. Per tenerlo lontano dagli occhi della gente fu rinchiuso in una stanza segreta con una serratura massiccia. Sono state fatte moltissime ricerche nel castello, addirittura coi raggi X, ma la camera segreta rimane segreta. Uno dei più famosi Ghost Hunter del regno unito, Peter Underwood, giurò l’esistenza della camera segreta. Underwood asserì che la stanza segreta fu costruita intorno al 1684 e che il mostro fu rinchiuso fino alla sua morte avvenuta nel 1921.

Si dice che Lord Patrick, nella stanza segreta perse la sua anima ad una partita a carte col Diavolo. Altre voci parlano di prigionieri rinchiusi nella stanza segreta e lasciati a digiuno finchè non si mangiarono l’un l’altro.

  • LA MALEDIZIONE DEGLI STRATHMORE:

Si dice che la famiglia Strathmore, nasconda un grandissimo e terribile segreto che ogni discendente maschile deve tramandare al figlio il giorno del suo ventunesimo compleanno. SI conobe la storia nel 1904 quando il XIII Conte Claude Bowes – Lyon ammise, a ventun’anni, un segreto che riguardava la sua famiglia. Ad un amico riferì queste parole : «se solo sapessi il nostro segreto ti inginocchieresti a ringraziare Dio per esserne immune». Il figlio di Claude, com’era tradizione fu informato a ventun’anni di questo segreto e non resistendo a tale fardello, informò il giardiniere che non ci pensò due volte e fece i bagagli e  si allontnò dal castello. Oggi, tutti i maschi della famiglia Strathmore sono morti, ma la nipote del XVI conte, figlio di Lord Claude, oggi proprietaria del castello, interrogò il giardiniere che rispose: «siete fortunata a non conoscere il segreto, e mai lo conoscerete altrimenti sareste la più infelice delle donne».

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3 posti scomparsi misteriosamente

NEW CITY VILLAGE

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E’ un piccolo complesso situato a West Milford, nella contea di Passaic, in New Jersey. E’ stato costruito alla fine del 20esimo secolo per i lavoratori del sistema di approvvigionamento idrico di Newark. In seguito fu abbandonato. L’ultimo abitante, secondo il NWC si è trasferito da una delle case del complesso al nuovo polo urbano nel 1992. Molte persone, in seguito, si fecero delle domande su cosa o chi avesse indotto gli abitanti del complesso New City Village ad abbandonare le loro case senza un trasloco ed abbandonando all’interno di esse tutti i loro effetti personali. Si pensa sia colpa del radon, un gas nobile radioattivo.

AUDLEY TOWN

Fino alla metà del XIX secolo circa 250 persone vivevano nella piccola città di Audley, 25 famiglie che erano inquiline della tenuta di Castle Ward. La scomparsa degli abitanti avvenne con la morte dell’allora signore del paese, il visconte Bangor, che abitava nel palazzo principale. Sua moglie Harriet, o Lady Bangor, divenne vedova con sei figli. La signora era molto autoritaria e divenne un vero e proprio flagello per gli inquilini della tenuta. Harriet si risposò ed ebbe altri quattro figli con il maggiore Savage-Nugent, che viveva nella tenuta Nugent al di là di Strangford, poco distante.

Ad un certo punto, circa nel 1850, il villaggio sparì completamente, e con esso i suoi abitanti. Si dice che le persone furono messe sopra una barca per gli Stati Uniti, ma che non furono mai più viste vive. Le case furono completamente rase al suolo, e questo fatto fu confermato dalle mappe che mostravano, nel 1834, alcuni villaggi, mentre nel 1859 al loro posto c’era soltanto la campagna. Oggi fra le vie di quello che doveva essere il paese non si riescono più ad individuare le abitazioni, ma soltanto piccoli pezzi di mura e le pietre che le componevano.

L’ISOLA DI RONOAKE

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l 18 Agosto 1590 John White, governatore della colonia sorta sull’isola di Roanoke – primo insediamento inglese nell’America Settentrionale fondato 20 anni dopo quello Spagnolo di Sant’Agostino lungo le coste della Florida, così chiamato poiché terra venne avvistata il 28 Agosto, giorno dedicato al santo – faceva ritorno in quella comunità d’oltreoceano insieme ad una spedizione di soccorso.
Ad attendere White e i suoi uomini vi era solamente l’abitato deserto. Non vi era alcuna traccia del centinaio di coloni che erano rimasti sull’isola dal 1587 nell’attesa dei rifornimenti dalla madre patria che arrivarono dopo tre anni. Insieme a loro era sparita anche Ellinor Dare, figlia di White, e la sua nipotina, Virginia, la prima bambina Inglese nata in territorio Nord Americano e che avrebbe compiuto 3 anni proprio quel 18 Agosto.
L’unico indizio sulla possibile sorte dei coloni fu il ritrovamento della parola “Croatan”, incisa su uno dei tronchi della palizzata che proteggeva l’insediamento. Gli uomini della spedizione pensarono che ciò significasse che i coloni si erano trasferiti nell’isola di Croatan, ad una cinquantina di miglia di distanza lungo la miriade di isole del Pamlico Sound che circonda le coste del Nord Carolina, ma una futura ricerca non diede alcun risultato. La colonia, che era stata originariamente fondata da una spedizione voluta da Sir Walter Raleigh nel 1585, venne così definitivamente abbandonata e gli uomini della spedizione, sgomenti e demoralizzati, ritornarono in Inghilterra. Si dovrà attendere il 1607 e il 1620, rispettivamente con la creazione di Jamestown in Virginia e Plymouth in Massachusetts, prima che gli Inglesi riescano a stabilire nuovi insediamenti permanenti sul suolo del nuovo continente.
Da allora diverse teorie sono state avanzate sulla fine degli abitanti di Roanoke e della “Lost Colony”, e la loro scomparsa è stata di volta in volta attribuita all’abbattersi di un uragano, ad un’epidemia e ad un improvviso attacco indiano, eventi che avrebbero dovuto lasciare qualche traccia – resti umani, abitazioni distrutte. Alla fine degli anni ’90 alcuni archeologi compiendo studi di dendrologia scoprirono che condizioni di siccità estrema si erano manifestate in Virginia negli anni 1587-1590 ed è stato ipotizzato che tali condizioni climatiche possano aver interessato anche la vicina Nord Carolina e la colonia di Roanoke.

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Skinwalker, la creatura che terrorizza il New Mexico.

Nel folklore americano, la creatura, verrebbe descritta come una lucertola con un corpo simile a quello di un serpente o lucertola e con un volto non identificabile con altre specie animali. Talvolta, viene descritto come simile ad una civetta con occhi da rettile ma col corpo totalmente privo di piume. Si dice che questo demone americano, abbia il corpo color marrone o verde scuro mentre il volto e la gola di colore bianco o giallo.

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La foto rappresenta una creatura con le articolazioni inverse rispetto agli umani. Queta foto sarebbe stata scattata dagli ingegneri di un pozzo petrolifero che sarebbe andato a fare un giro di controllo.

Gli Skinwalker sono creature con poteri sovrannaturali presenti in parecchie culture del mondo. I poteri sono simili a quelli dei lupi mannari, ma a differenza di questi gli Skinwalker vagano anche nelle notti senza luna, trasformandosi a loro piacimento. La versione più documentata e ricca di storie e testimonianze è quella dello ‘Yenaldooshi’ presente nella cultura degli indiani Navajo. Secondo questo popolo gli Skinwalker sono impersonificazioni malefiche, persone che si sono macchiati di efferati delitti, come l’uccisione di un parente.

E voi, che ne pensate?

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Il disastro del Titanic era stato predetto?

Nel 1898 fu pubblicato un breve romanzo scritto da Morgan Robertson, lo scritto in questione si intitolava “Futility”. Questo romanzoraccontava la vicenda di una grande nave passeggeri che andava a schiantarsi contro un iceberg, si inabissava e culminava con la morte di centinaia di passeggeri. La nave in questione si chiamava “Titan”.

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Quattordici anni dopo, il Titanic, la nave resa famosa da Steve Spielberg nell’omonimo film, colpì un iceberg e colò a picco nell’Atlantico lasciandosi dietro la morte di centinaia di persone. La somiglianza del nome Titan – Titanic e il fatto che la vicenda sia così simile potrebbe apparire come una curiosa coincidenza.

Andiamo ad analizzare le troppe coincidenze nel dettaglio tra la vicenza del romanzo e quella reale:

  1. Entrambi i piroscafi erano di proprietà di una compagnia di Liverpool ed entrambi avevano il soprannome di “inaffondabile”.
  2. Il Titanic era lungo 882 piedi Titan 800.
  3. Entrambe avevano due alberi e due eliche; erano interamente costruite in acciaio.
  4. Entrambe rappresentavano la più grande imbarcazione costruita sino ad allora.
  5. I posti passeggeri disponibili erano circa 3000 per entrambe le navi.
  6. I motori del Titanic avevano 46000 cavalli, mentre quelli del Titan 40000.
  7. Entrambe le navi urtarono un iceberg nel mezzo dell’Oceano Atlantico a 400 miglia nautiche da terranova.

Queste possono essere solo coincidenze? Al giorno d’oggi è veramente difficile rispondere a questi misteriosi quesiti. Lo stesso Robertson a seguito del naufragio del Titanic preferì non rilasciare risposte in merito. Da quel momento in poi all’autore statunitense venne attribuito il soprannome di chiaroveggente anche se lui contrario.  Di fronte alla vicenda el romanzo e dell’affondamento e dalle mancate risposte rilasciate dallo scrittore è normale la nascita di ipotesi. Ad oggi è davvero difficile poter capire come il romanzo di Robertson raccontò in maniera così dettagliata il naufragio del Titanic. Tuttavia, risulta altamente improbabile che si tratti di pura coincidenza. Il solo pensiero che ci possa essere dietro dell’altro fa rabbrividire.

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I Krampus

Dopo tempo di silenzio per riorganizzare il blog torniamo a scrivere. Oggi vogliamo partire con un post sui Krampus. Tanto tempo fa su un paesino sperduto delle alpi, durante il periodo di Natale era difficile reperire del cibo, soprattutto durante le carestie.

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Un gruppo di ragazzi, prese l’abitudine di travestirsi con peli e corna di animali e terrorizzare le popolazioni vicine. Il loro arrivo era preceduto da suoni di campanelli ed entravano nelle case e facevano razzia di cibo. Ma una notte qualcosa mandò in fumo i loro piani. Uno di loro, sotto le vesti di uno dei compagni, vide degli zoccoli da caprone. Satana era riuscito ad infiltrarsi tra di loro. I ragazzi corsero a chiedere aiuto al vescolo, San Nicolò, (si dice che da lui sia nata la figura di Babbo Natale); li esorcizzò dal demonio e liberò il villaggio. Oggi nel mondo si tengono molte manifestazioni riguardanti i Krampus, specialemente nell’Europa dell’est, dove centinaia di persone sfilano nelle città travestite da queste inquietanti creature.

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Jeff The Killer

Stralcio di un giornale locale:

MINACCIOSO ASSASSINO SCONOSCIUTO È ANCORA A PIEDE LIBERO

Dopo settimane di assassinii il killer è ancora all’opera. Dopo alcune ricerche è stato trovato un ragazzo che afferma di essere sopravvissuto ad un attacco del killer. Coraggiosamente ci racconta la sua storia.

“Stavo facendo un brutto sogno e mi sono svegliato nel bel mezzo della notte,” dice il ragazzo, “ho notato che, per qualche motivo, la finestra era aperta, anche se ricordavo perfettamente di averla chiusa quando sono andato a letto. Mi sono alzato e l’ho richiusa ancora una volta. Quindi mi sono letteralmente riarrampicato sul letto e sono tornato a dormire.
È stato in quel momento che ho sentito una strana sensazione, come se qualcuno mi stesse guardando. Mi sono guardato intorno e per poco non saltavo fuori dal letto. Nel raggio di luce che filtrava dalle mie tende c’era un paio di occhi. Non erano occhi normali, erano scuri e minacciosi. Erano cerchiati di nero e… Mi facevano estremamente paura. Poi ho visto la bocca. Un largo, orrendo sorriso che mi fece rizzare ogni pelo che avevo sul corpo. La figura stava lì, guardandomi. Infine, dopo quello che sembrava un tempo infinito, pronunciò una sola frase. Una frase semplice, ma detta come solo un pazzo potrebbe fare.

“Disse, “Torna a dormire”. Urlai, e forse fu quello che lo fece muovere verso di me. Tirò fuori da non so dove un coltello, puntandomelo al cuore. Saltò sul mio letto. Combattei, provai a respingerlo, pugni, calci, rotolai sulla schiena nel tentativo di levarmelo di dosso. Fu in quel momento che entrò mio padre, impugnando la sua pistola. Mirò all’uomo, ma prima che potesse premere il grilletto quello scivolò di lato, e lanciò il coltello in direzione di mio padre. Lo colpì alla spalla, e lui lasciò cadere la pistola. Probabilmente, se un nostro vicino non avesse chiamato la polizia, l’uomo avrebbe finito a coltellate mio padre.

“Gli agenti entrarono di corsa nel cortile, ma l’uomo li sentì prima che potessero raggiungere l’ingresso, perciò si voltò e corse in soggiorno. Sentimmo un forte colpo, come di vetri rotti. Quando corsi fuori dalla mia stanza vidi la finestra che dava sul retro a pezzi, e mi avvicinai velocemente, in tempo per scorgere l’uomo che svaniva in lontananza. Non dimenticherò mai quella faccia. Gli occhi malefici e freddi, il sorriso psicotico. Non lasceranno mai la mia mente.”
La polizia è ancora sulle tracce del criminale. Se vedete qualcuno che corrisponde alla descrizione, contattate il dipartimento di polizia locale.
Jeff e la sua famiglia si erano appena trasferiti in un nuovo quartiere. Suo padre aveva ricevuto una promozione al lavoro, e quindi i suoi genitori decisero che sarebbe stato meglio vivere in un posto più vicino all’ufficio del padre. Jeff e suo fratello Liu non poterono opporsi. Una nuova, bellissima casa. Che non sarebbero riusciti ad amare. Mentre stavano disfacendo i bagagli, arrivò una loro vicina di casa.

“Salve,” disse lei, “sono Barbera, abito oltre la strada , di fronte a voi. Volevo solo presentare me e mio figlio.”
Si girò e chiamò il ragazzo. “Billy, questi sono i nostri nuovi vicini.” Billy sussurrò un timido ‘ciao’ e scappò a giocare nel suo giardino.
“Bene,” disse la mamma di Jeff, “Io sono Margaret, e questo è mio marito Peter, e loro sono i miei due figli, Jeff e Liu.”

Si presentarono anche loro, e Barbera li invitò al compleanno di suo figlio. Jeff e Liu stavano per obiettare, quando la loro madre disse che a loro avrebbe fatto molto piacere. Quando finirono di disfare i bagagli, Jeff andò verso sua madre.

“Mamma, perché hai accettato l’invito al compleanno di quel bambino? Se non l’hai notato non sono più un piccolino a cui piace giocare con le macchinine!”

“Jeff,” disse sua madre, “Ci siamo appena trasferiti, dobbiamo fare vedere che siamo disposti a passare un po’ di tempo coi vicini. Quindi noi andremo a quel compleanno ed è finita qui.”

Jeff fece per dire qualcosa, ma si fermò prima che qualsiasi suono potesse uscire dalla sua bocca, sapendo che non poteva fare nulla. Quando sua mamma affermava qualcosa era inutile ribattere. Si rifugiò in camera sua e abbandonò il suo corpo sul letto.
Era lì, che guardava il soffitto, quando improvvisamente si sentì invaso da una strana sensazione. Non era dolore…. Era solo una strana sensazione. La considerò solo una cosa passeggera e casuale. Udì sua madre che lo chiamava dal soggiorno, ed uscì dalla stanza per andare a prendere le sue cose.
Il giorno dopo Jeff scese mollemente giù dalle scale, per fare colazione e prepararsi per la scuola. Quando si sedette al tavolo provò di nuovo quella sensazione. Questa volta era più intensa, e provò un leggero dolore al petto, ma lui anche stavolta lo ricondusse solo al fatto di essersi svegliato presto per andare a scuola. Lui e Liu, finita la colazione, si diressero verso la fermata dell’autobus.
Si sedettero aspettando il mezzo di trasporto quando improvvisamente un gruppetto di ragazzi con lo skateboard volò sopra di loro, a un pelo dalle loro teste. Tutti e due fecero un salto per la sorpresa.

“Hey, ma che diavolo…?”

I ragazzi atterrarono agilmente e si girarono verso di loro. Uno di loro, sembrava fosse il capo, diede un colpetto allo skate col piede e quello gli saltò in mano. Il ragazzo sembrava avere dodici anni, circa un anno più piccolo di Jeff. Indossava una maglietta mimetica e un paio di jeans sdruciti.

“Bene, bene, bene. Sembra che abbiamo della carne fresca.”
Improvvisamente apparvero altri due ragazzi. Uno era magrissimo, l’altro era enorme.

“Bene, visto che siete nuovi, vorrei presentarvi agli altri, lì c’è Keith.”
Jeff e Liu guardarono il ragazzo magro. Aveva una faccia inebetita, quello che ci si aspetta da una spalla.
“E lui è Troy.”
Guardarono il ragazzo grasso, simile ad una vasca di lardo. Sembrava che non facesse esercizio fisico da quando aveva imparato a gattonare.

“Ed io” disse il ragazzo “sono Randy. Ora, per tutti i ragazzini del vicinato c’è una piccola tassa per la tariffa del bus, non so se mi spiego.”
Liu si alzò, pronto a prendere a pugni il ragazzo, quando i due suoi amici gli puntarono contro un coltello.
“Tsk, tsk, tsk, speravo che sareste stati più cooperativi, ma sembra che dovremo provare con le maniere forti.” Il ragazzo camminò verso Liu e gli prese il portafogli dalla tasca. Jeff sentì di nuovo quella sensazione, ma quella volta era davvero forte, una sensazione bruciante. Si alzò, ma Liu gli fece cenno di sedersi. Jeff lo ignorò e andò contro il ragazzo.

“Ascoltami bene, teppistello, ridai immediatamente indietro il portafogli a mio fratello, altrimenti…” Senza minimamente badare a lui, Randy prese il portafogli, se lo mise in tasca e prese un coltello.

“Oh? E cosa farai?”

Quando finì la frase, Jeff gli diede un pugno sul naso. Appena fece per tenersi la faccia, Jeff gli prese il polso e glie lo spezzò. Randy urlò e Jeff gli prese il coltello dalla mano. Troy e Keith caricarono Jeff, ma egli fu troppo veloce.
Gettò Randy per terra. Keith si scagliò verso di lui, ma Jeff lo evitò e lo pugnalò nel braccio. Keith fece cadere il suo coltello e cadde a terra urlando. Anche Troy si scagliò contro di lui, ma a Jeff non servì nemmeno il coltello.
Semplicemente gli diede un pugno dritto nello stomaco, facendolo cadere. Appena impattò la terra iniziò a vomitare. Liu non fece altro che guardare Jeff, stupefatto.

“Jeff, come stai?” disse soltanto. Videro arrivare l’autobus e seppero che sarebbero stati accusati di tutto. Quindi iniziarono a correre più veloce possibile. Mentre correvano guardarono indietro e videro l’autista correre verso Randy e i suoi.

Appena Jeff e Liu arrivarono a scuola non osarono raccontare nulla di cosa era successo. Tutto quello che fecero fu sedersi e ascoltare. Liu pensava soltanto a come suo fratello aveva picchiato i ragazzini, ma Jeff sapeva che c’era dell’altro.
Era qualcosa di spaventoso. Appena sentiva quella sensazione si sentiva potente, aveva solo bisogno di far del male a qualcuno. Non gli piaceva come suonava, ma non lo aiutava a sentirsi felice.
Sentì quella strana sensazione andare via, per il resto della giornata.
Persino quando camminava a casa, a causa degli eventi accaduti vicino alla fermata dell’autobus che non avrebbe più preso, si sentiva felice.

Quando arrivò a casa i suoi genitori gli chiesero come fosse andata la giornata, e lui rispose, con una voce un po’ inquietante, “E’ stata una giornata magnifica”. La mattina seguente sentì qualcuno bussare alla porta di casa. Scese ed incontrò due agenti di polizia alla porta, la sua madre lo guardava arrabbiata.

“Jeff, questi due agenti mi hanno detto che tu hai attaccato tre bambini. Non era un combattimento regolare e loro sono stati accoltellati. Accoltellati, figlio!” Lo sguardo di Jeff si fissò sul pavimento, mostrando alla madre che era vero.

“Mamma, sono stati loro quelli che hanno puntato un coltello contro me e Liu.”

“Figliolo” disse un agente, “abbiamo trovato tre ragazzini, due dei quali accoltellati, ed uno con un livido sullo stomaco, ed abbiamo dei testimoni che provano che tu sei fuggito dal luogo. Ora, che hai da dire in tua difesa?” Jeff sapeva che era inutile. Avrebbe potuto dire loro che lui e Liu erano stati attaccati, ma così non c’erano prove che fossero stati i teppisti ad attaccare per primi. Ma gli agenti avrebbero potuto dire che i due stavano scappando, e veramente lo stavano facendo. Perciò Jeff non poteva difendere né Liu né se stesso.

“Ragazzo, chiama tuo fratello.” Jeff non poteva farlo, visto che era stato lui a picchiare i ragazzini.

“Signore, sono… sono stato io. Sono stato io l’unico a picchiare i ragazzi. Liu ha provato a trattenermi, ma non ci è riuscito.” L’agente guardò il collega ed entrambi annuirono.

“Bene, ragazzo, sembra che un anno a Juvi…”

“Fermi!” disse Liu. Tutti lo guardarono mantenere un coltello. Gli agenti estrassero le loro pistole e le puntarono contro il ragazzo.

“Sono stato io, ho picchiato io quei teppistelli. Ne ho le prove.” Alzò le sue maniche rivelando tagli e lividi, come se avesse lottato.

“Ragazzo, abbassa il coltello.” disse l’agente. Liu lasciò il coltello e lo fece cadere per terra. Alzò le mani a si avviò verso i poliziotti.

“No Liu, sono stato io, l’ho fatto io!” Jeff aveva le lacrime che gli scivolavano sul volto.

“Huh, povero fratello. Cerca di prendersi la colpa per quello che ho fatto. Portatemi via.” I poliziotti portarono Liu alla loro macchina.

“Liu, diglielo che sono stato io! Diglielo! Sono stato l’unico a picchiare quei ragazzi!”

La madre di Jeff gli mise le mani sulle spalle.
“Jeff, per favore, non devi mentire. Sappiamo che è stato Liu, fermati.” Jeff assistette impotente alla macchina prendere velocità con Liu dentro. Qualche minuto dopo, il padre di Jeff arrivò nel viottolo, guardando la faccia di Jeff e sapendo che qualcosa andava storto.

“Figliolo, figliolo che c’è?” Jeff non riusciva a rispondere. Le sue corde vocali erano affaticate per il pianto. Invece la madre di Jeff andò dal padre per dirgli la cattiva notizia, e Jeff si abbandonò al pianto sul viottolo. Dopo circa un ora Jeff rientrò in casa, evitando gli sguardi affranti dei suoi genitori, entrambi shockati, tristi e delusi.

Non riusciva a guardarli. Non riusciva ad immaginare cosa pensassero i suoi genitori di Liu, quando in fondo… era colpa sua. Andò subito a letto, cercando di allontanare i recenti eventi dalla mente.

Due giorni dopo, nessuna notizia di Liu dal carcere. Nessuno amico da frequentare. Niente tranne tristezza e sensi di colpa.
Questo fino a Sabato, quando sua madre lo svegliò con un grande sorriso stampato in faccia.
“Jeff, è oggi”, gli disse lei, aprendo le tende e permettendo alla luce di entrare nella camera.

“Cosa? Cosa c’è oggi?”, chiese Jeff stiracchiandosi.

“Ma come? Il compleanno di Billy!”. Jeff si svegliò completamente.

“Mamma, stai scherzando? Non penserai che andrò ad una festa di compleanno dopo quel che…”. Una lunga pausa.

“Jeff, sappiamo entrambi cosa è accaduto. Perciò penso che questa festa potrebbe essere ciò che rischiarirà le nostre giornate. E ora, vestiti”. La madre di Jeff uscì dalla stanza per andare a prepararsi a sua volta.
Jeff, combattendo contro se stesso, riuscì finalmente ad alzarsi. Mise una maglia a caso e un paio di jeans e scese di sotto. Lì trovò sua madre e suo padre entrambi in abiti eleganti: sua madre in un lungo vestito da sera e suo padre in giacca e cravatta. Non riusciva a capire che senso avesse vestirsi in un modo tanto vistoso al compleanno di un bambino.

“Figliolo… Vuoi andare alla festa vestito così?”, chiese la madre di Jeff.

“Sempre meglio che esagerare!”, rispose lui, indicando i suoi genitori. Sua madre represse l’impulso di rimproverarlo urlando e lo nascose dietro un sorriso.

“Jeff, noi potremo aver un po’ esagerato, ma è così che si va ad una festa per fare buona impressione”, tagliò corto suo padre. Jeff sbuffò e si ridiresse verso camera sua.

“Non ho vestiti buoni!”, gridò salendo le scale.

“Sbrigati!”, rispose sua madre. Ispezionò il suo armadio, cercando qualcosa di elegante da indossare. Trovò un paio di pantaloni neri che teneva per le occasioni speciali e una canottiera. Tuttavia, non riuscì a trovare una camicia da abbinarci. Cercò dappertutto, ma trovò solo camicie a quadri o a strisce e nessuna che potesse abbinarsi ai pantaloni. Alla fine, trovò una felpa bianca buttata su una sedia e decise di indossarla. Scese giù e trovò i suoi genitori già vestiti.

“Davvero vuoi venire così?”, chiesero all’unisono. Sua madre diede un’occhiata all’orologio. “Oooh, non c’è tempo per cambiarsi. Andiamo e basta”.
Detto questo, spinse Jeff e suo padre fuori casa. Attraversarono la strada per andare alla casa di Barbera e Billy. Bussarono alla porta e poco dopo apparve Barbera, vestita troppo elegante come i suoi genitori. Entrati dentro, riuscirono a vedere solo adulti. Neanche un bambino.

“I bambini sono fuori nel giardino, Jeff. Perché non vai da loro?”, disse Barbera.

Jeff uscì nel giardino pieno di bambini. Stavano correndo vestiti con dei costumi da cowboy, sparandosi con pistole giocattolo. Per un attimo pensò di essere finito sul set di Toy Story, o qualcosa del genere. Poi un bambino gli si avvicinò e gli porse una pistola giocattolo e un cappello da cowboy.

“Hey, signoue! Vuoi giocaue?”, gli chiese.

“Aah, no… Son troppo vecchio per queste cose”. Il bambino lo guardò con un faccino da cagnolino abbandonato.

“Per favoue?”, insistette il bambino. “Ok, ok…”, rispose Jeff. Mise il cappello e cominciò a far finta di sparare ai bambini.
All’inizio tutto questo gli sembrò terribilmente ridicolo, ma poi iniziò a divertirsi davvero. Poteva non essere un gioco molto intrigante, ma fu la prima volta che riuscì a togliersi Liu dalla mente. Così giocò con i bambini per un po’.

Finché non sentì un rumore. Il rumore di piccole ruote da skateboard. Improvvisamente capì e si girò di scatto, appena in tempo per vedere Randy, Troy e Keith saltare oltre la staccionata con i loro skateboard. Jeff buttò via la pistola giocattolo e si tolse il cappello. Randy lo guardava con odio profondo.

“Ciao. Jeff, giusto?”, disse. “Abbiamo dei conti in sospeso”.
Jeff notò il naso ferito sulla sua faccia. “Mi sembra che siamo pari. Io ti ho preso a calci in culo e tu hai fatto mandare mio fratello in carcere”.

La faccia di Randy si contrasse in un’espressione di rabbia.

“Oh, no! Non mi interessa pareggiare, io voglio vincere. Potresti averci preso a calci in culo quel giorno, ma non lo farai oggi”.

Detto questo, Randy si lanciò contro Jeff. Caddero entrambi a terra. Randy tirò un pugno sul naso di Jeff, che a sua volta lo afferrò dalle orecchie e gli diede una testata. Si tolse così Randy di dosso e si rimisero tutti e due in piedi. I bambini urlavano e i genitori si precipitavano a portarli fuori dalla casa. Troy e Keith estrassero due pistole dalle loro tasche.

“Nessuno s’intrometta o vi facciamo saltare la testa!”, gridarono. Randy estrasse un coltello e pugnalò Jeff alla spalla.

Jeff urlò e cadde in ginocchio. Randy cominciò a prendere a calci la sua faccia. Dopo tre calci, Jeff riuscì ad afferrargli il piede e lo torse, facendo cadere Randy a terra. Si rialzò e cercò di entrare per la porta sul retro. Troy lo afferrò.

“Serve una mano?”. Tirò Jeff per il retro del colletto e lo lanciò contro la porta del patio, distruggendola. Mentre Jeff tentava di rialzarsi, venne nuovamente atterrato con un calcio. Randy lo calciò ripetutamente finché del sangue non cominciò ad uscire dalla bocca di Jeff.

“Forza, Jeff! Combatti!”. Afferrò Jeff e lo lanciò in cucina. Randy trovò una bottiglia di Vodka e la ruppe sulla testa di Jeff.

“Combatti!”. Rilanciò Jeff nel salotto.

“Dai Jeff, guardami!”. Jeff guardò in alto, la faccia ricoperta di sangue.
“Io sono stato quello che ha mandato tuo fratello in carcere!
E ora tutto quel che riesci a fare è restare seduto qui e lasciarlo marcire lì per un anno intero?! Dovresti vergognarti!”. Jeff si rialzò lentamente.

“Oh, finalmente! Ora combatti!”. Jeff era di nuovo in piedi, completamente ricoperto di sangue e Vodka. Di nuovo quella strana sensazione, quella che non provava da un po’ di tempo.
“E cazzo! Finalmente sei in piedi!”, disse Randy poco prima di fiondarsi contro Jeff.

Accadde in quel momento. Qualcosa si ruppe per sempre dentro Jeff. La sua psiche era andata; il pensiero razionale era andato. Tutto ciò che poteva fare ora era: uccidere. Afferrò Randy, lo sollevò e lo abbatté al suolo. Si mise sopra di lui e iniziò a colpirlo con tutta la forza direttamente sul cuore. I pugni provocarono un arresto cardiaco a Randy. Mentre questo cercava di respirare disperatamente, Jeff lo colpiva con sempre maggiore forza. Pugno dopo pugno, Randy cominciava a tossire sangue e dopo aver preso un ultimo respiro, reclinò la testa sulla destra e morì.

Tutti guardavano Jeff. I genitori, i bambini piangenti, anche Troy e Keith. Si ripresero presto dallo shock e puntarono le pistole contro Jeff. Ma lui l’aveva previsto e si era già lanciato verso le scale. Troy e Keith gli spararono contro, ma neanche un colpo raggiunse Jeff. Corse su per le scale, seguito da quei due. Dopo che entrambi ebbero sprecato i loro ultimi colpi, Jeff trovò rifugio in bagno e si accucciò. Afferrò una sbarra di ferro e la staccò dal muro. Troy e Keith si lanciarono dentro con i coltelli pronti.

Troy cercò di colpire Jeff, che però lo evitò e gli spaccò il cranio con la sbarra.
Troy cadde pesantemente, e non si rialzò più.

Rimaneva solo Keith. Era più agile di Troy ed evitò il colpo di Jeff. Gettò via il coltello e lo afferrò dal collo. Lo spinse contro il muro. Dallo scaffale sopra di loro cadde improvvisamente una confezione di candeggina che si sparse su di entrambi. Si sentirono come se stessero andando a fuoco e si misero ad urlare. Jeff si ripulì gli occhi meglio che potè. Riprese la sbarra e la spaccò sulla testa di Keith. Quello, nonostante stesse morendo dissanguato, si mise a ridere.
“Che c’è da ridere?” chiese Jeff.
Keith, tirando fuori dalla tasca un accendino, lo accese.
“Vedi…. è che dopotutto…. ora sei completamente coperto di candeggina e vodka.”

Jeff spalancò gli occhi, spaventato, e Keith gli tirò contro l’accendino. Non appena la fiamma entrò in contatto con lui il fuoco divampò veloce, avvolgendo il suo corpo inzuppato. La candeggina reagiva sfrigolando e corrodendo la pelle, che assumeva sempre più un colorito biancastro. Appena il fuoco raggiunse i capelli, Jeff lanciò un urlo.
Non servì a nulla rotolarsi per terra, cercando in ogni modo di spegnere quell’inferno che gli stava consumando il corpo, così corse giù per il corridoio e cadde dalle scale.

Tutti incominciarono ad urlare vedendo il ragazzo in fiamme, finchè non si accorsero che si trattava di Jeff, e cercarono di spegnere il fuoco in ogni modo. L’ultima cosa che vide, prima di cadere a terra quasi morto, fu suo padre che urlava frasi incomprensibili in quel momento, che sfumavano piano piano nel nulla….

Jeff si svegliò.

Si chiese dove fosse, non riusciva a vedere nulla, come se una benda coprisse i suoi occhi.
Fece per togliersela, ma una fitta lancinante lo assalì in ogni parte del corpo, riportando alla mente tutto l’accaduto.

Dove si trovava?
Cercò di alzarsi in piedi tra i dolori e avvertì diversi punti di sutura praticamente in tutto il corpo.
Era… era all’ospedale? Era vivo?

All’improvviso un infermiere entrò nella stanza.

“Non credo proprio che sia il caso di alzarti. Ritorna a letto.” disse mentre lo aiutava a distendersi di nuovo sul letto e gli controllava le bende.
Jeff rimase seduto lì, senza poter vedere. Non aveva ancora idea di dove fosse esattamente.
Dopo alcune ore, venne a fargli visita sua madre.

“Tesoro, stai bene?”
Tentò di rispondere ma la bocca rimase immobile.
“Comunque, ho una buona notizia: la polizia ha detto che Keith ha confessato di aver cercato di farti del male, così hanno deciso di rilasciare Liu. Sarà fuori domani pomeriggio…. Così potrete stare ancora insieme, voi due.”

Nelle settimane successive Jeff fu visitato da praticamente tutta la famiglia al completo. Arrivò infine anche il giorno in cui avrebbe dovuto togliere le bende dal viso, ed erano tutti presenti, per scoprire se avrebbero potuto rivedere il vecchio Jeff. Aspettarono con il fiato sospeso fino a quando l’ultimo lembo di benda rimaneva a coprire il volto.

“Speriamo per il meglio” disse il medico, e scoprì il viso di jeff.

Sua madre lanciò un urlo appena lo vide. Persino suo padre e Liu rimasero di sasso.

“Si può sapere che è successo alla mia faccia?” chiese ansiosamente Jeff. Poichè nessuno gli rispondeva, si precipitò in bagno e si mise davanti allo specchio.

La sua faccia….. era…. diversa. Le labbra erano state bruciate, e al loro posto c’era una sottile linea rossa come la carne…. il suo viso, a causa della candeggina era impallidito completamente e sbiancato a chiazze lungo la parte superiore della fronte e delle guance. Perfino i suoi capelli, in buona parte bruciati, erano passati dal castano ad un nero simile al carbone.
Lentamente si portò la mano al viso.
Al tatto era insensibile, come se stesse toccando del cuoio indurito.

Fissò la sua famiglia, e poi nuovamente lo specchio.

“Beh…” cercò di formulare Liu “N-non è così.. male…”
“Non è così male?” rispose Jeff… “E’… PERFETTO!”
La sua famiglia si stupì a queste parole, mentre Jeff cominciò a ridere incontrollabilmente, senza riuscire a smettere.

“Jeff… stai… bene?” Chiese sua madre.

“Bene? BENE? Non mi sono mai sentito più perfetto in vita mia! Ahahahahahah insomma…. guarda! Guarda il mio viso! Questo… sono io! E’ perfetto!” e continuando a ridere si accarezzava il viso, guardandosi nello specchio.
Qualcosa era cambiato nella sua mente. Non era più il Jeff che i suoi genitori conoscevano, ma qualcosa di diverso. Ma questo non lo sapevano ancora.

“Dottore….” sussurrò sua madre “Mio figlio è ancora a posto…. capisce… mentalmente?”
“Credo proprio di sì. Questo è un comportamento tipico di pazienti che hanno assunto una grande dose di antidolorifici. In ogni caso, se il suo comportamento non cambia nel giro della settimana, lo riporti qui e gli faremo un test psicologico.”

“Oh, grazie dottore.” e rivolta a Jeff: “Coraggio, tesoro. Torniamo a casa.”

Questi distolse lo sguardo da se stesso e rispose “Okaaaaaay! ahahhahahah….”.

Sua madre gli pose una mano sulla spalla e lo accompagnò a prendere i suoi vestiti.

“Questo è ciò con cui è venuto” disse la signora al bancone, porgendo i pantaloni di seta e la felpa con il cappuccio di Jeff. Sua madre, mentre lo aiutava ad indossarli, notò che erano stati perfettamente ricuciti e puliti dal sangue e dalla cenere. Sembravano quasi…. normali.

Quella notte la madre di Jeff si svegliò… c’era un suono fastidioso, che proveniva dal bagno.
Pensando che Jeff o Liu si fossero sentiti male o qualcosa del genere si precipitò giù dal letto e si diresse velocemente davanti alla porta del bagno. Sembrava come se qualcuno stesse piangendo o…. ridendo?
Aprì lentamente la porta del bagno….
Ciò che vide fu orrendo.

Jeff era là, davanti allo specchio. C’erano macchie di sangue ovunque… e nell’aria un forte odore di bruciato.
All’improvviso quello si voltò.
Aveva preso un coltello e si era inciso un lungo sorriso lungo le guance… e i suoi occhi erano cerchiati di nero e sangue.

“Jeff! C-cosa… COSA STAI FACENDO??? I… I tuoi occhi??”

” Non riuscivo a vedere la mia faccia.” rispose normalmente “Ero stanco…. E le palpebre si chiudevano. Ora non lo faranno mai più. Le ho bruciate.”

“M-ma…”

“Ti piace il mio sorriso? Prima… Prima non riuscivo a sorridere. Faceva male dopo un po’… Faceva.. Male. Ora sto sorridendo. Guardami.”

La madre di Jeff cominciò ad indietreggiare. Quella…. Cosa… Davanti a lei non era suo figlio. Ne aveva paura.

Questo sembrò turbare Jeff.

“Cosa c’è mamma? Non ti piaccio? Non mi trovi bello?”

“S-sì… Figliolo… Lo sei” disse. “L-lascia che chiami anche… Anche tuo papà, così faremo vedere la tua… L-la tua nuova faccia anche a lui!”

Corse nella sua stanza e scosse il padre di Jeff, svegliandolo, e sussurrò “Caro, presto svegliati! Devi ferma….”
Smise di parlare quando vide Jeff sulla soglia della stanza. Con il coltello in mano.

“Stavi mentendo, mamma.”
Liu si svegliò di soprassalto.
Si guardò intorno, ma sembrava tutto tranquillo. Eppure..?
Scrollando le spalle, chiuse gli occhi e cercò di riaddormentarsi.

Appena ad un passo dal sonno, avvertì una strana sensazione. Come se qualcuno lo stesse guardando.

Alzò di nuovo gli occhi. Davanti al suo volto c’era quello completamente tumefatto di Jeff.
Spaventato, cercò di agitarsi e fuggire alla sua presa, ma la paura lo aveva paralizzato.

“Jeff! Io..”

Jeff gli tappò la bocca con una mano, e con l’altra avvicinò il coltello.

“Sshhhhhh…… Torna a dormire, Liu…. Torna a dormire.”

Torna a dormire.

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(FONTE: http://it.creepypasta.wikia.com)

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La bambola che invecchia

Una famiglia simile a tutte le altre benestanti, fece ciò che tutte le famiglie fanno quando cominciano a crescere, ovvero mettere in soffitta i molti giocattoli dei figli. Tra questi vi era una bambola con le sembianze di un bambino…

UNDICI ANNI DOPO…

I bambini erano cresciuti troppo per i giocattoli e nessuno andava più in soffitta da tempo, fino al giorno che la famiglia decise di trasferirsi. Decisero di guardare tra i giocattoli che avevano messi via molti anni prima. Rimasero scioccati nello scoprire che il bambolotto era essiccato ed invecchiato come un cadavere. La faccia era raggrinzita e marcia, le gambe mummificate. Qualcosa faceva capire che la bambola, un tempo era stata viva. Sembrava che gli occhi del bambolotto li fissassero. Si liberarono presto della bambola, ma fecero una fotografia quando la trovarono… imagesDopo che la famiglia se ne sbarazzò, la bambola fu venduta per una quantità considerevole di denaro.

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La leggenda dei Dark Watchers

Immaginate di fare una passeggiata in montagna percorrendo sentieri, esplorando i boschi, osservando la natura. Il sole sta calando e voi vi siete fermati per godervi la serenità del posto, ma proprio mentre siete totalmente rilassati vi accorgete di non essere soli. Qualcuno vi fissa, immobile, da lontano. Cercate di allontanarvi, ma quella sagoma rimase li. Tutto ad un tratto scompare.

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Nella stessa situazione sembrano essersi trovati molti escursionisti della Santa Lucia. La Santa Lucia è un complesso montuoso che si estende per circa 170 km, in California, ogni attrae centinaia di turisti in cerca di tranquillità. Così col tempo si è sempre più diffusa questa leggenda, quella dei Dark Watchers, gli osservatori oscuri. Si dice siano ombre, non creature in carne ed ossa, si dice anche che appaiano dal nulla silenziosamente, di solito a molta distanza dall’osservatore. Si possono vedere in cima alle alture o sulla sommità dei pendii; gli avvistamenti avvengono per di più la notte o al tramonto. Questi osservatori oscuri non sembrano costituire una minaccia per gli esseri umani, stanno semplicemente immobili fissando l’orizzonte. Se si tenta di avvicinarli, essi, scompaiono. Cosa o chi siano questi osservatori e ancora materia di speculazioni, ciò che è certo è che queste ombre impregnano il folklore della zona da tempi antichissimi. Già dalle tribù dei Chumash, ancor prima che queste zone fossero colonizzate, raffiguravano nelle pitture rupestri, delle sagome simili ai Dark Watchers e molti secoli dopo, nel 1937, il poeta Robinson Jeffers ne parlò nei suoi componimenti. Jeffers le descrive come “forme che sembrano umane, ma che certamente non possono esserlo” . La somiglianza con i più celebri uomini ombra è spaventosa

Cosa sono i Dark Watchers? Una leggenda o può esserci un fondo di verità? Voi che ne pensate?

 

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